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I vitigni autoctoni di Rocca Bernarda: il Picolit

Tra i vini di Rocca Bernarda spicca tra tutti il …

Tra i vini di Rocca Bernarda spicca tra tutti il Picolit, vera perla del Friuli.

Il nome del vino e quello del vitigno da cui deriva Picolit sembra attribuibile al termine “pecòl – picòl” cioè “peduncolo” in quanto ricorda la morfologia di un grappolo dal peduncolo rossiccio e di grosse dimensioni. La prima attestazione storica del Picolit risale al 1682 in un atto testamentario si parla di: “Un caratello di Vino Piccolit dolce”, anche se fino al 700’ rimase un vino sconosciuto.

A Rocca Bernarda si deve la sopravvivenza del Picolit, perla dell’enologia friulana. Giacomo Perusini, dopo aver reimpiantato a fine Ottocento le prime barbatelle di Picolit, scrisse nel 1906 il trattatello “Il Picolit”, nel quale si dilungò sui differenti cloni, le tecniche di coltivazione e di vinificazione.

La resurrezione moderna è legata alla famiglia Perusini agli inizi del 900’ presso la Rocca Bernarda. Giacomo Perusini iniziò con rifondare l’antica vigna di Picolit cercando di trovare una soluzione anche al principale problema del vitigno: la sua scarsa produttività. Il figlio Giacomo Perusini continuò l’opera del padre ed ebbe il merito di riportare in auge la fama del vino grazie soprattutto ad una produzione di elevata qualità che sensibilizzò gli appassionati e giornalisti dell’epoca.

Il Picolit, che aveva conosciuto il suo momento più importante circa un secolo prima con il Conte Asquini di Fagagna, ritrovava così il suo posto nei vigneti. Oggi l’uva Picolit è vendemmiata a mano negli ultimi giorni di ottobre. Per un mese circa viene posta su graticci in locali ventilati fino a che la concentrazione zuccherina raggiunge il livello desiderato. In questo periodo i grappoli sono più volte sottoposti a selezione manuale per eliminare eventuali acini ammuffiti o guasti. Dopo la pressatura, la fermentazione si svolge lentamente in carati di legno e termina spontaneamente con i primi freddi invernali, lasciando un residuo zuccherino piuttosto elevato. Una successiva fase di maturazione sui lieviti e l’imbottigliamento a 18 mesi dalla vendemmia, favoriscono la longevità del Picolit.

Il vino veniva venduto, sfruttando lo snodo commerciale di Venezia, nelle principali città e corti europee ed anche presso i Papi. L’operazione era redditizia grazie all’alto valore aggiunto del vino (29 volte più caro della media dei prezzi di vino comune dell’epoca), alla buona conservabilità nello spazio e nel tempo ed alla clientela selezionata: nel 1785 raggiunse il massimo di 4757 bottiglie da 0,61 litri vendute. Già nei primi anni dell’800’ e contemporaneamente alla morte di Asquini il Picolit aveva iniziato una lenta decadenza anche se continua ad essere citato da vari autori e lo ritroviamo nelle esposizioni di uve dell’epoca. In particolare il toscano G.Gallesio lo inserisce come unica uva friulana (Uva del Friuli o Piccolitto) nel suo “Pomona italiana ossia Trattato degli alberi fruttiferi” e ci riferisce di un sistema di produzione simile al metodo “solera” utilizzato per produrre lo Cherry ed il Malaga. A tal proposito Luigi Veronelli nella prima edizione dei “Vini d’Italia”scrisse: “Non credo vi sia in Italia vino più nobile di questo…potrebbe essere orgoglio di tutta la nostra enologia solo se si riuscisse a stabilizzarne la coltura e la vinificazione”. Negli ultimi anni il buon lavoro svolto dalle aziende in campagna e cantina ha portato al “Decreto 30 marzo 2006” con il quale il Ministero delle P.A. e F. ha riconosciuto la Denominazione di Origine Controllata e Garantita DOCG del vino “Colli Orientali del Friuli Picolit” nonché approvato il relativo disciplinare di produzione.